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Pamela, in aula a pochi metri i genitori della ragazza fatta a pezzi insieme ad Oseghale

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Al via la terza udienza, davanti alla Corte di Assise di Macerata, del processo che alla sbarra Innocent Oseghale, il nigeriano accusato di aver ucciso Pamela Mastropietro, la diciottenne romana uccisa e fatta a pezzi a gennaio dello scorso anno nella cittadina marchigiana. Dopo l’udienza della scorsa settimana, nella quale furono ascoltati tra gli altri il collaboratore di giustizia Vincenzo Marino, supertestimone dell’accusa, e tre ex compagni di cella dell’imputato, tra i testi più attesi oggi la compagna di Oseghale, che però non si presenta in aula, alcuni agenti della polizia penitenziaria e un tassista che diede un passaggio a Pamela.

Non si incrociano gli sguardi dei genitori della povera Pamela e del nigeriano accusato di averla massacrata. La mamma, Alessandra Verni, con la immancabile maglietta rosa con la stampa della foto della figlia, e il papà siedono in aula a pochi metri da Oseghale che, seduto nella gabbia d’aula, ha il capo chino e guarda nella direzione opposta.

Il primo teste citato dalla Procura è Giovanni Di Giovanni, psichiatra e consulente della Pars di Corridonia, la comunità da cui la ragazza si allontanò il 29 gennaio dell’anno scorso. Il medico spiega le patologie di cui soffriva la giovane romana e descrive i rapporti difficili ma anche di grande affetto con i genitori: «Venne da noi con una diagnosi borderline grave e dipendenza da sostanze stupefacenti. È arrivata con una situazione clinica molto complessa». Di Giovanni ha raccontato che intorno al 7 dicembre 2017 Pamela iniziò ad avere delle note depressive, tanto che gli fu somministrato un altro farmaco. «Si iniziò un progetto, si fece in modo che la ragazza riprendesse gli studi, un programma terapeutico finalizzato a obiettivi con un significato emozionale. Il problema iniziò a sorgere verso il 26 dicembre quando è stato riferito che la ragazza si procurava vomito e si feriva». Spesso Pamela manifestava la volontà di andare via dalla comunità, ma «poi ci ripensava e rimaneva, aveva questo conflitto – spiega lo spichiatra – si cercava di trattenerla il più possibile, avviando anche un progetto terapeutico insieme ai famigliari.

«La ragazza aveva un grandissimo affetto per i genitori, soprattutto per la madre, ma mostrava anche grande conflittualità», prosegue il consulente della comunità spiegando che i «famigliari erano sicuramente vicini alla ragazza». In comunità Pamela parlò anche di un fidanzato con il quale, raccontava, «erano introdotti nel mondo della tossicodipendenza». Pamela alternava momenti di rabbia verso i genitori perché diceva che «avevano denunciato il fidanzato». Per il medico rapportandosi con Pamela era possibile accorgersi dei suoi problemi. E anche la promiscuità sessuale è un tratto della patologia di cui quale Pamela era affetta. «Una persona che sta soffrendo si butta in quel comportamento, rientra nella patologia», ha concluso lo psichiatra rispondendo a una domanda della difesa della famiglia della vittima.

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