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Flat tax, Di Maio fa melina: “Sì, no, forse”. Ma la Lega: «È dentro il nostro contratto, si fa»

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Si chiama flat tax il nuovo fronte polemico che oppone Salvini a Di Maio. Il primo vorrebbe introdurla subito, ma gli va di lusso anche il solo fatto che se ne parli. All’appuntamento elettorale europeo del prossimo 26 maggio mancano poco più di due mesi e giocare a dividersi tra chi chiede la riduzione delle tasse per l’85 per cento delle famiglie italiane (quelle che occupano la fascia del reddito complessivo fino a 50mila euro annui) e chi no non può che portare altre fascine al fuoco della Lega. Se ne è accorto anche Di Maio, costretto a correggere il tiro precedenti dichiarazioni grilline e a negare, in un’intervista al Corriere della Sera, l’esistenza di frizioni sul tema: «Sulla flat tax – assicura – non c’è nessun dibattito in corso, è nel contratto e bisogna lavorare per portarla a casa.

Il capo grillino: «Sulla flat tax no a promesse irrealizzabili»

Con le nostre proposte possiamo farcela e lavoreremo insieme alla Lega per trovare una soluzione». E chiaro che i toni e il riferimento ad una «soluzione» da «trovare» segnalano una difficoltà di rapporto all’interno della coalizione giallo-verde. Ma Di Maio è anche consapevole che Salvini è sempre più tentato di staccare la spina al governo. È anche per esorcizzare tale prospettiva oltre che per schiacciare la Lega sul suo passato di fedele alleato che Di Maio evoca il Cavaliere e la sua mai realizzata “rivoluzione liberale” a suon di taglio alle aliquote Irpef: «Non bisogna lasciarsi andare in promesse alla Berlusconi – dice infatti – . Noi come M5S abbiamo un progetto per l’abbassamento delle aliquote e il coefficiente familiare. Bisogna aiutare le famiglie con ogni strumento possibile. Questo conta. Non è un nome di una misura che fa la differenza, sono i contenuti e i fini. L’importante è abbassare le tasse subito».

Giorgia Meloni: «Occorre uno choc fiscale»

Tutt’altra musica è quella che sale dai banchi dell’altro socio di maggioranza: la Lega contesta innanzitutto la valutazione che ha stimato tra i 50 e i 60 miliardi i costi per le relative coperture nel bilancio. Cifre che dalle pagine di Avvenire il sottosegretario Armando Siri bolla come «frutto di equivoci e analfabetismo funzionale». «La fase 2 della nostra flat tax – spiega – ha un impatto sui conti di circa 12 miliardi». Siri cita due novità: il codice fiscale univoco per tutta la famiglia per tassare il reddito complessivo del nucleo; il nuovo regime fiscale sarà opzionale, ovvero non obbligatorio. Quanto alla progressività, Siri assicura che «è garantita da un algoritmo di deduzioni che sono inversamente proporzionali al reddito e direttamente proporzionali al numero dei componenti della famiglia. Più il reddito è basso e più sono i componenti della famiglia, più alte sono le deduzioni e più bassa è dunque l’imposta». Per Giorgia Meloni, il vero problema è che i soldi per finanziare la flat tax «rischiano di non esserci più». Il governo, denuncia su Fb la leader du FdI, «ha scelto di puntare tutto sull’assistenzialismo spinto della mancia di Stato invece che sull’indispensabile choc fiscale». Morale: «Solo un vero governo sovranità e conservatore può fare gli interessi delle famiglie e delle imprese italiane. Basta tasse!».

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