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Crisi senza fine dei 5S. Tra chi invoca Di Battista e chi guarda all’alleanza col Pd

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Potenza, 25 mar – Le elezioni regionali sono l’ultima trincea della vecchia politica. Troppo piccole per far contare davvero il voto d’opinione, la comunicazione, i social, la voglia di “cambiamento” come alle politiche, troppo grandi per riporre fiducia in una persona “diversa” e davvero vicina al territorio come alle comunali. Alle regionali vincono gli apparati, lì dove girano parecchi soldi e tanto sottogoverno da distribuire, lì dove i “sor tentenna” della situazione come Zingaretti possono starsene acquattati dietro un cespuglio, in attesa di balzare fuori al momento giusto e passare pure da bravi amministratori. Tanto i cittadini bestemmiano il governo e il sindaco, quasi mai il governatore regionale delle cui competenze (sanità esclusa forse) nessuno ha contezza.

Salvini trionfante

E’ in questa palude che i 5 Stelle fanno più fatica, lo avevano già capito nel 2017 in Sicilia quando la vittoria sembrava a un passo e poi presero “solo” il 35%, ne hanno avuto la certezza con i voti dimezzati in Abruzzo un mese fa, adesso la sconfitta regionale è un dato sicuro in partenza, come ha dimostrato il tracollo in Basilicata di ieri. Salvini vola sulle ali dell’entusiasmo, rivendica il 7 a 0 rifilato al centrosinistra nelle ultime elezioni regionali e si appresta a condurre la trionfale campagna elettorale per le Europee dove dovrebbe superare agevolmente la soglia del 30%.

Il dubbio del “capitano” semmai è se tornare al voto dopo le Europee per massimizzare i consensi e non rischiare di fare la fine di Renzi (magari riuscendo anche a smarcarsi da Berlusconi, difficile) o se provare a cambiare semplicemente alleanza di governo col massiccio innesto di “responsabili” pentastellati in fuga.

Di Battista salvaci tu

Nel Movimento 5 Stelle adesso si rischia la notte dei lunghi coltelli o più leninisticamente ci si chiede Che Fare? Stando ai retroscena del CorseraGianluigi Paragone non ha dubbi e la risposta si chiama Alessandro Di Battista: “È stato un errore tenerlo fuori. Deve tornare al nostro fianco e combattere con noi. Perché stiamo diventando forza di sistema. E non basta fare il compitino, dobbiamo tornare a essere tsunami come una volta. Siamo tutti colpevoli di questa deriva. Dobbiamo fare un tagliando e cambiare tutto. Se non siamo capaci, beh allora scansiamoci. Non vale la pena andare avanti così, con questo governo”.

Ormai forza al massimo di “prospettiva” e non più anti sistema, ingabbiati da Salvini in un governo considerato troppo a destra da buona parte della base, vessati dai guai giudiziari romani, ai Paragone di turno scende la lacrimuccia quando ripensano al M5S formato “tsunami”. Eppure dietro il sempre più marcato protagonismo dell’ex conduttore de La Gabbia c’è chi vede l’abbozzo di una strategia futura per assumere lui stesso la guida della formazione pentastellata di nuovo rebelde, non limitandosi a fare da stampella all’amico guevarista Dibba.

Veltroni guarda all’alleanza Pd-M5S

E il Pd? Anche il Pd in Basilicata deve fare i conti con la realtà, che non è la stessa dei sondaggi gonfiati di La7. L’effetto Zingaretti non c’è, anzi. Il candidato del centrosinistra raccoglie un terzo dei voti, ma la lista del Pd si attesta intorno all’8%. Ed ecco che tra i dem tornano a farsi sentire le diverse “anime”. Se il neo segretario (soprattutto nell’ottica di una pacificazione interna) condivide al momento la visione renziana di un Pd alternativo ai 5 Stelle e di un naturale bipolarismo centrosinistra-centrodestra destinato a riproporsi una volta rientrata l’anomalia pentastellata, non la pensano così i padri nobili del partito Prodi e Veltroni.

Tra poco saranno i 5 Stelle, e non il Pd, a dover decidere da che parte stare. È ora di ricostruire in questo Paese un sano bipolarismo tra centrosinistra e destra”, è la lettura dell’ex sindaco di Roma preoccupato dal breve e medio periodo. Guardando anche all’ipotesi di elezioni politiche anticipate, Veltroni sa bene che al netto del calo di consensi difficilmente i 5 Stelle scenderanno sotto il 15-20%. Anche nel peggiore dei casi. Ed ecco allora che i vecchi schemi, la coalizione più ampia possibile di prodiana memoria, e la vocazione maggioritaria veltroniana, tornano di moda.

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